VITE SOSPESE

“Vite sospese” è  una serie di indizi che comprende immagini e parole. Indizi che vanno oltre lo sterile dibattito politico europeo sempre più fine a se stesso, sempre meno incline a comprendere davvero i problemi che hanno generato quella che oggi rappresenta la crisi umanitaria più grande dopo la seconda guerra mondiale.

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Indizi che vogliono fare nascere domande più che prese di posizione. Perché oggi è sempre più raro ascoltare qualcuno che metta in relazione le leggi sull’immigrazione e le conseguenze reali, concrete, materiali che queste hanno. Alcuni parlano di “coniugare solidarietà e ordine pubblico”, altri di “rispettare gli impegni europei”, altri ancora chiedono di “governare i flussi migratori”. Sono sempre meno quelli che parlano dei diritti degli esseri umani. La mia domanda in questi ultimi due anni, seguendo per conto del quotidiano online messinaora.it questa vicenda, è stata: cosa resta a una donna, a un uomo, a un bambino che hanno perso tutto -casa, lavoro, averi, affetti- a causa di guerre o persecuzioni? La parziale risposta è stata la fuga. Forse inevitabile. Per questo motivo mi sono soffermato a cercare risposte nei volti e nei concitati momenti che contraddistinguono lo sbarco con immagini di questi due anni e, in particolar modo, lo sbarco del 20 luglio 2014 quando, in fretta e furia, volontari e cittadini si sono adoperati per allestire in poche ore la scuola Pascoli per accogliere 561 migranti, oltre 70 minori, la stragrande maggioranza fuggiti dalla Siria, ma anche dalla Nigeria, dal Pakistan, dal Bangladesh, dall’Eritrea e  anche qualche palestinese.

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Se ci pensiamo bene, romanticamente per un marinaio “l’approdo”, quindi lo sbarco in un nuovo porto, rappresenta un momento di liberazione dopo la sfida del mare, una lunga e incerta battaglia tra l’uomo e la natura che non sempre termina con un lieto fine. Così è per tutti coloro che sono costretti a cogliere al volo questa sfida, soprattutto siriani e libici, poiché rappresenta l’unica possibilità di salvezza da quella spirale di odio e violenza che ha “invaso” le loro terre.

Ed ecco la necessità di affidare le residue speranze ai viaggi della disperazione a bordo di barche progettate per la pesca e non per le lunghe tratte, una macabra lotteria della fortuna per raggiungere delle coste che in realtà rappresentano un nuovo inizio. Non tutti sono fortunati!  I fatti sono noti, ma vale la pena ricordarli, averne memoria perché la memoria è più importante dei 60 secondi di indignazione, commiserazione, falsa pietà e commozione preconfezionata del telegiornale.

E i sopravvissuti?  Sono solo “clandestini” non degli esseri umani. “Clandestino” è, etimologicamente, “colui che sta nascosto al giorno”, ma questi uomini, donne e bambini che vediamo sporchi e laceri non si nascondono affatto e gridano la loro voglia di vivere. Sono uomini, donne e bambini che fuggono dall’incubo della propria vita, quali che siano le cause: povertà, paura, persecuzione, guerra, dittatura e che su barconi insicuri, stipati come bestie, rischiano la vita, inseguendo un sogno.

E’ difficile capire questa scelta, quando si rimane sospesi tra la vita e la morte?

E’ difficile riconoscerci in questi volti e in queste storie?

In uno dei suoi libri più belli, “Montezuma scopre l’Europa”, Ernesto Balducci descrive lo sbarco di Colombo sull’isola di San Salvador: in quel momento grandioso e tragico c’è la storia di un fallimento, perché “l’uomo incontrò se stesso e non si riconobbe”. La Storia sarebbe stata diversa se l’uomo venuto da Occidente “avesse riconosciuto se stesso nell’indigeno nudo e inerme che si trovò davanti”.

Allo stesso modo, oggi l’uomo occidentale vede nel profugo e nell’immigrato un essere diverso, nemico, barbaro, distante. I ministri dell’Europa, i razzisti incontrano ogni giorno se stessi ma non si riconoscono.

Cinque secoli di storia e nulla è cambiato.